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L’art. 384 c.p. nell'ambito della convivenza di fatto

Cassazione Penale, sez. VI Penale, Ordinanza 17 gennaio 2020 n. 1825.


La Sesta Sezione Penale della Corte di Cassazione ha rimesso alle Sezioni Unite la seguente questione di diritto: ‘se l’ipotesi di cui all’art. 384 c.p. sia applicabile al convivente more uxorio’.


L’art. 384 comma 1 c.p. disciplina, per taluni reati commessi in danno dell’amministrazione della giustizia, una causa di non punibilità determinata sia dal punto di vista oggettivo che da quello soggettivo.

Infatti, ai sensi della norma in esame, in relazione a specifici reati, non è punibile chi ha commesso il fatto per esservi stato costretto dalla necessità di salvare sé medesimo o un prossimo congiunto da un grave ed inevitabile nocumento nella libertà e nell’onore.

Orbene, il dibattito giurisprudenziale insorto attiene la possibilità o meno per il giudice di far ricomprendere nella figura del prossimo congiunto anche quella del convivente di fatto e se sì, attraverso quale tecnica ermeneutica.

Dunque, per potersi addentrare nel novero del dibattito giurisprudenziale è necessario ricordare che la nozione di prossimo congiunto è definita normativamente all’art. 307 comma 4 c.p. e che tale definizione ha subito un mutamento a seguito dell’entrata in vigore della L. Cirinnà la quale ha regolamentato le unioni civili, riformando il diritto di famiglia.

Prima della riforma operata dalla L. 76/2016 si riteneva che all’interno della scusante in oggetto, dal punto di vista soggettivo, non si potesse far rientrare la figura del convivente di fatto.

Secondo l’opinione dominante non era possibile interpretare estensivamente il dato letterale dell’art. 384 c.p. in favore della figura del convivente di fatto dal momento in cui la nozione di prossimo congiunto è stata specificata dal legislatore all’art 307 co 4 c.p. senza ricondurvi la figura del convivente di fatto.

Pertanto, qualora si fosse utilizzata l’interpretazione estensiva della norma in favore del convivente di fatto, il giudice avrebbe oltrepassato il dato letterale dell’art. 307 c.p. e, quindi, avrebbe in realtà utilizzato un’analogia, effettuando un’integrazione normativa.

Esclusa, quindi, la prima tecnica ermeneutica si discuteva se fosse possibile l’applicazione analogica dell’art. 307 co. 4 c.p. alla figura del convivente di fatto, di conseguenza si analizzava la tipologia della lacuna contenuta all’art. 384 c.p..

L’opinione dominante – ante riforma Cirinnà – precludeva al giudice l’interpretazione analogica stante la determinatezza oggettiva e soggettiva dell’art. 384 c.p..

Infatti, la causa di esclusione della punibilità in esame descrive in modo puntuale i casi in cui essa opera – elencando una serie di reati contro l’amministrazione della giustizia – la condizione psicologica in cui deve ritrovarsi l’agente scusato – ossia la costrizione di salvare sé medesimo o il prossimo congiunto – per evitare, dal punto di vista oggettivo, l’evento del grave ed inevitabile nocumento alla libertà o all’onore.

Pertanto, secondo l’opinione maggioritaria, essendosi il legislatore preoccupato di descrivere in modo tassativo tutti gli elementi testè richiamati, esso avrebbe consciamente evitato di includere nell’operatività della scusante la figura del convivente di fatto.

Per tale ragione si escludeva che il rimedio analogico potesse operare in favore di tale figura soggettiva.

Oltremodo, prima della riforma del diritto di famiglia, i giudici sollevarono questione di legittimità costituzionale dell’art. 384 c.p. nella parte in cui non richiamava la figura del convivente di fatto, in senso anacronistico.

Tuttavia, la Corte Costituzionale dichiarava non fondata la questione in quanto sosteneva la diversità tra gli istituti in gioco, ossia tra il matrimonio fondato sull’art. 29 della Costituzione e la convivenza di fatto, tutelata ai sensi dell’art. 2 Cost., riconoscendo al primo maggior tutela da parte dell’ordinamento in forza dell’assunzione di obblighi e di diritti derivanti dal vincolo matrimoniale assunto dai coniugi rispetto alla situazione della convivenza di fatto, scaturente esclusivamente dalla volontà delle parti di condividere i propri interessi senza alcun vincolo giuridico.

In forza della maggior tutela riconosciuta dall’ordinamento al vincolo matrimoniale, la Corte Costituzionale giustificava l’assenza della figura del convivente di fatto operata consciamente dal legislatore nella previsione della specifica causa di non punibilità.

Successivamente, con l’intervento della legge Cirinnà, si sono disciplinate le unioni tra persone dello stesso sesso e tra persone conviventi di fatto, paragonando tali situazioni giuridiche a quelle scaturenti dal vincolo matrimoniale.

La legge in esame garantisce la maggior parte dei diritti e dei doveri statuiti per i coniugi ai conviventi di fatto i quali abbiano deciso di registrare la propria unione nei registri dello stato civile.

Di conseguenza, tale novella legislativa crea una dicotomia all’interno dell’istituto in esame, riconoscendo le convivenze di fatto di diritto – quelle registrate – e le convivenze di mero fatto.

La legge parifica al matrimonio esclusivamente la convivenza di fatto di diritto.

Mentre per quanto concerne la convivenza di mero fatto, la legge Cirinnà si esprime esclusivamente parificando i diritti del convivente a quelli del coniuge solo in riferimento al diritto penitenziario – tra l’altro in modo ridondante rispetto alla già in vigore L. 354/1975.

Pertanto, successivamente alla riforma del diritto di famiglia, il problema relativo all’applicabilità dell’art. 384 c.p. ai conviventi di fatto pareva essersi aggravato.

Se da un lato l’art. 307 comma 4 c.p. è stato modificato dal d.lgs 6/17, il quale ha permesso l’inclusione nel significato normativo di prossimo congiunto, della parte dell’unione civile, il problema persiste per i conviventi di mero fatto che non abbiano registrato la propria unione ai sensi della L. Cirinnà.

Ferme restando le considerazioni svolte in tema di possibile interpretazione analogica o estensiva del suddetto combinato disposto, la Corte di Cassazione in una recente pronuncia sul punto ha affermato che la definizione di prossimo congiunto contenuta all’art. 384 c.p. debba essere estesa anche alla figura del convivente di mero fatto in forza di un’interpretazione valoriale o costituzionalmente orientata la quale, in virtù dell’evoluzione storica dei rapporti interpersonali, necessita di tutelare situazioni analoghe – sebbene non espressamente richiamate dalla norma – a tutela del principio di uguaglianza statuito all’art. 2 cost..

Di talchè la Corte di Cassazione ritiene di non sollevare una questione di legittimità costituzionale, ma utilizzando un’interpretazione che definisce valoriale ed altresì convenzionalmente orientata, che pare formalmente essere un’interpretazione estensiva della norma ma che sostanzialmente configura un’analogia in bonam partem, parifica la situazione soggettiva della convivenza di fatto a quella dell’unione civile ed a quella del matrimonio, consentendo al convivente di mero fatto, dal punto di vista penale, di poter beneficiare della causa di non punibilità statuita all’art. 384, comma 1, c.p..

Alla luce del contrasto giurisprudenziale testè esaminato, la Sesta Sezione della Corte di Cassazione penale ha rimesso la questione alle Sezioni Unite con l’ordinanza indicata in epigrafe.

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